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La prescrizione dell’azione di ripetizione del cliente nel rapporto bancario | Studio Legale Tidona e Associati

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Di Maurizio Tidona, Avvocato

Le Corte di Cassazione, a sezioni unite, con sentenza n. 24418/2010, ha distinto le rimesse ripristinatorie dalle rimesse solutorie nei rapporti bancari, in ordine alla decorrenza della prescrizione del diritto del cliente alla ripetizione degli importi indebitamente versati alla banca.

La Cassazione ha in particolare stabilito che la prescrizione decennale dell’azione di ripetizione da parte del cliente delle somme addebitate nei rapporti bancari inizia a decorrere dalla chiusura del rapporto per le rimesse ripristinatorie (eseguite cioè in presenza di un affidamento concesso e nei limiti dello stesso, quale ripristino della disponibilità ottenuta con il fido), ed invece da ogni singolo addebito per le rimesse solutorie (eseguite cioè in assenza di affidamento o oltre l’affidamento concesso, in cui la rimessa ha l’effetto di estinguere il debito del cliente verso la banca).

Pertanto, nel primo caso (rimesse ripristinatorie), la prescrizione inizia a decorrere dalla formale chiusura del rapporto; nel secondo caso (rimesse solutorie), la prescrizione decorre anche durante il rapporto, dalla data di ogni singolo addebito per cui è domandata la restituzione alla banca.

Nel primo caso, ogni addebito non dovuto è richiedibile alla banca dal cliente, senza alcun limite temporale; nel secondo caso, sono richiedibili soltanto gli addebiti dell’ultimo decennio anteriore alla messa in mora o alla citazione in giudizio della banca.

La Cassazione, con la successiva sentenza n. 4518/2014, ha precisato che il principio enunciato con la sentenza a sezioni unite n. 24428/2010, relativo alla distinzione tra rimesse solutorie e rimesse ripristinatorie, può essere applicato anche alla ripetizione degli addebiti a titolo di commissioni di massimo scoperto (e per analogia ad altre voci indebitamente versate alla banca) e dunque non solo alla ripetizione di addebiti di interessi anatocistici.

La natura e la funzione della commissione di massimo scoperto non si discosta difatti da quella degli interessi, essendo entrambi destinati a remunerare la banca per i finanziamenti erogati.

Ma la vera innovazione della sentenza n. 4518/2014 della Cassazione è un’altra.

La Cassazione si è difatti pronunciata in merito all’onere probatorio della parte che eccepisce in giudizio l’esistenza di rimesse solutorie (eseguite cioè in assenza di affidamento o oltre l’affidamento concesso), con le indicate conseguenze sul decorso del termine di prescrizione (decorrenza da ogni singolo addebito, e non dalla chiusura definitiva del rapporto).

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In particolare, la Cassazione, ha stabilito la presunzione della natura ripristinatoria dei versamenti eseguiti in costanza di rapporto, e questo in quanto il rapporto di conto corrente è un contratto di durata e non si esaurisce in un’unica operazione.

Una diversa finalità dei versamenti – in particolare la natura solutoria dei medesimi – deve essere pertanto allegata e provata da chi ne eccepisce l’esistenza, al fine di ottenere la diversa prescrizione applicabile in proprio favore.

Così ha motivato la sentenza n. 4518 del 26/02/2014:

“I versamenti eseguiti sul conto corrente in costanza di rapporto hanno normalmente funzione ripristinatoria della provvista e non determinano uno spostamento patrimoniale dal solvens all’accipiens e, poiché tale funzione corrisponde allo schema causale tipico del contratto, una diversa finalizzazione dei singoli versamenti, o di alcuni di essi, deve essere in concreto provata da parte di chi intende far percorrere la prescrizione dalle singole annotazioni delle poste illegittimamente addebitate. Nella specie non è stata mai né dedotta né allegata tale diversa destinazione dei versamenti in deroga all’ordinaria utilizzazione dello strumento contrattuale”.

Anche la giurisprudenza di merito, prima dell’intervento della Cassazione, si era pronunciata in relazione all’onere probatorio della parte processuale che invoca la prescrizione applicabile alle rimesse solutorie, pur senza però affermare che si dovessero presumere ripristinatorie tutte le rimesse eseguite in costanza di rapporto.

In particolare la Corte d’Appello di Milano (sez. I, sentenza del 20/02/2013, Pres. Vigorelli, Est. C.R. Raineri), applicando correttamente il principio espresso dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 24418/2010, ha osservato che la banca ha obbligo di eccepire l’intervenuta prescrizione delle rimesse solutorie per decorso di dieci anni dai singoli addebiti, individuando esattamente a quale rimesse si riferisca l’eccezione:

“La difesa appellante si è limitata, genericamente, ad eccepire la prescrizione decennale in tema di indebito e l’efficacia interruttiva della lettera 21 novembre 2000, ma non ha indicato se ed in quale misura alcuni pagamenti potessero rivestire carattere solutorio, ai fini dell’accertamento della eventuale intervenuta prescrizione, secondo i principi dettati dalle Sez. Un. della Suprema Corte nella sentenza. n. 24418/2010. In virtù del principio generale che regola l’onere della prova (art. 2697 c.c.), la banca era tenuta ad eccepire l’intervenuta prescrizione, non in forma generica, bensì specificamente, precisando il momento iniziale dell’inerzia del correntista in relazione a ciascun versamento extrafido con funzione solutoria. In difetto di tali allegazioni, e stante l’effetto devolutivo dell’appello, tale accertamento non può più essere compiuto”.

La prescrizione deve essere pertanto eccepita dalla banca in modo preciso, con l’indicazione dei versamenti che hanno avuto una funzione solutoria (eseguiti in assenza di affidamento o oltre l’affidamento concesso); in mancanza di tale specifica individuazione delle rimesse “prescritte” l’eccezione della banca è pertanto irrituale e senza alcun effetto relativamente all’azione di ripetizione del cliente (che si estenderà di conseguenza all’intera durata del rapporto bancario).

Il principio in forza del quale grava sul soggetto che invoca la prescrizione l’onere di dimostrare la natura solutoria delle rimesse ha trovato costante riscontro nella giurisprudenza di merito (ex multis: Tribunale di Pescara, sent. del 24/06/2013; Tribunale di Prato, sent.dell’1/03/2013; Corte d’Appello di Lecce, sent. del 19/02/2013; Tribunale di Novara, sent. dell’1/10/2012; Tribunale di Taranto, sent. del 28/06/2012; Tribunale di Taranto, sent. del 27/06/2012).

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La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4518/2014, ha però per la prima volta affermato il principio di diritto che in costanza di un rapporto bancario tutti i versamenti del correntista si devono considerare avvenuti in costanza di un affidamento da parte della banca, e quindi ripristinatori, con la prescrizione decennale che decorrerà sempre dalla data della chiusura del rapporto, a prescindere dalla data in cui sia avvenuto l’addebito contestato alla banca (e quindi anche oltre il decennio).

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